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Un altro concerto, please.

Una carezza in un pugno, fra le braccia di Nick Cave

La prima volta era stato il tour di Let Love In, un selvaggio a petto nudo si percuoteva il torace con il microfono e scaraventava giù dal palco un intruso.
L’ultima (solo in ordine di tempo, speriamo) finisce con un abbraccio con un prescelto fra le decine di persone condotte e accolte sul palco.
La vecchiaia che addolcisce i sentimenti? La stanchezza dopo un passato turbolento e le tragedie familiari recenti? Forse in parte anche questo, ma la complessità di un personaggio come Nick Cave non si può ridurre e racchiudere in due scene opposte.
Come la sua musica: prima ti culla, poi ti sbatte contro un muro, ti accarezza e ti solleva per poi farti precipitare.
Dalla prima volta i Bad Seeds perdevano i pezzi (ultimo Conway Savage per problemi di salute) e ne imbarcavano altri, con Warren Ellis, diventato il vero capobanda, all’ultimo arrivato Larry Mullins, personaggio tutto da scoprire
http://www.local802afm.org/2013/06/the-seeker/
http://www.tobydammit.com/
A questo giro sono Martin P. Casey al basso, Thomas Wydler alla batteria (la vecchia guardia), Jim Sclavunos alle percussioni, Warren Ellis a violino, chitarra e diavolerie, George Vjestica alla chitarra e Larry Mullins alle tastiere.
Senza cercare di sostituire l’insostituibile, Nick Cave ha continuato lungo la sua strada riproponendo, ogni volta che inevitabilmente si voltava indietro, i brani storici con un vestito nuovo.
Così è stato a Padova, si inizia con tre pezzi da Skeleton Tree: Anthrocene, Jesus Alone e Magneto.
Versioni asciutte, quasi scarnificate rispetto a quelle su disco, soprattutto la terza, quasi spogliata completamente della musica e con un cantato a tratti ferito.
Con Higgs Boson Blues inizia un crescendo che esploderà nelle tre canzoni successive: From Her to Eternity, Tupelo e Jubilee Street, con una cavalcata finale che toglie il fiato.
Warren Ellis, dopo chitarra, synth e aver usato il violino come arma impropria, prende in mano l’archetto e ci apre in due nell’inizio di The Ship Song.
Nick Cave si siede al piano e attacca Into My Arms. Siamo nel parterre, in fondo e quasi all’uscita, ma non vola una mosca. Abituati alla confusione a alle chiacchiere che disturbano regolarmente ad ogni concerto chi vorrebbe ascoltare, capiamo che è veramente “One More Time with feeling”.
Continua con Girl in Amber e I Need You, forse il momento più alto dell’ultimo disco.
Arriva un altro intermezzo, con Red Right Hand e poi The Mercy Seat, dove ammettiamo di sentire la mancanza di Mick Harvey.
Else Torp, la soprano che canta in Distant Sky, è presente in uno dei fondali video, usati intervallati a riprese in diretta ai musicisti.
Niente effetti speciali, ma trovate molto semplici che aggiungono un livello visivo a cui non eravamo abituati nei loro show: gli alberi sferzati dal vento in Tupelo diventano un gioco di luci in Skeleton Tree, la giusta conclusione nella musica e nelle parole: “And it’s alright now”.
Non finisce qui, al rientro parte The Weeping Song. La musica scandita dal violino di Ellis emoziona, anche qui non possiamo fare a meno di sentire la pesante assenza di Blixa Bargeld.
Da qui in avanti il concerto si trasforma in qualcos’altro: Cave scende dal palco in mezzo al pubblico durante Stagger Lee. La sua ricerca del contatto con il pubblico diventa un abbandono totale.
Riemerge sulla sinistra, comandando il battito di mani e poi conducendo sul palco una folla di persone. Li fa sedere e rialzare come durante un rito, questo è in fondo un concerto di Nick Cave: lasciarsi trasportare oltre, dalla sua musica e da un predicatore, sciamano, sacerdote, creatura delle proprie canzoni.

And some people say it’s just rock and roll
Ah but it gets you right down to your soul
You’ve got to just keep on pushing it
Keep on pushing it
Push the sky away

Alcune persone dicono che è solo rock n’ roll
Oh, ma arriva dritto alla tua anima
Devi solo continuare a spingere
Continuare a spingere
Spingere via il cielo
(trad. nickcave.it)

25 aprile, alla faccia della retorica

Mi piacerebbe scrivere qualcosa a proposito della splendida giornata che io e i miei amici abbiamo passato il 25 Aprile 2014 in quel di Praticello di Gattatico, coronata dal concerto pomeridiano tenuto dai Gang (per inciso, in splendida forma), in celebrazione del sessantanovesimo anniversario della Liberazione dal giogo nazi-fascista.

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Se c’è un posto dove torna un Re Bambino

Pensare a una “prima” per un concerto dei Gang fa un po’ sorridere. Li abbiamo visti, senza esagerare, centinaia di volte: in 2, in 3, in 10, con chitarre, trombe, zampogne, fisarmoniche, violini, in posti minuscoli e in grandi palchi, ma sempre con la stessa carica da 30 anni a questa parte. Però da queste parti, cioè a casa loro, c’è veramente un’aria diversa, e questa sera c’è l’elettricità che precede gli avvenimenti importanti.

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