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Un altro concerto, please.

In missione per conto di DEE

Fulminati sulla via di Mezzago.

eggfather&dee
David Eugene Edwards con il nostro fondatore EggFather

Lo scorso 24 maggio Talking Eggs al completo e, alla faccia della falsa modestia, in grande spolvero, ha mosso il suo trino culo e si è recato presso lo storico Bloom di Mezzago (MB), per partecipare alla Messa Sonica, nemmeno troppo laica, ivi celebrata dai Woven Hand.

L’ha fatto, a essere onesti, soprattutto per assistere alla manifestazione del Grande Sciamano from Englewood, Colorado. All’apparizione in carne, ossa, chitarra e cappello del Biondo Cavaliere dell’Apocalisse che risponde al nome di David Eugene Edwards.

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RUFUS WAINWRIGHT LIVE @ TEATRO DUSE, BOLOGNA – 8 APRILE 2014

Mentre attraverso il portone che mi conduce nell’atrio del Teatro, avverto quel tipico languore allo stomaco che mi prende ogni volta che sto per assistere a un concerto speciale. Non so come possa accadere, ma è sempre così. E’ un misto di emozione e premonizione, non saprei come definirlo altrimenti.
Come a dire: stasera assisterai a qualcosa d’importante. Condivido subito questo pensiero con mia moglie, che annuisce tra il serio e il faceto. Eppure, anche questa volta sarà così.
Farfalle nello stomaco, magia nell’aria e, alla fine, il cuore pieno di gratitudine per avere assistito a qualcosa di unico. Nel senso etimologico del termine.

Entriamo in platea con venti minuti buoni di anticipo, e ci sistemiamo in quarta fila, un po’ defilati verso sinistra, ma in ottima posizione. E’ un buon inizio.
Passiamo questo breve lasso di tempo chiacchierando amabilmente, e osservando la fauna presente al concerto. Siamo in tanti. Età compresa, direi, tra i venticinque e i sessanta. Anno più, anno meno. Fascia di pubblico piuttosto ampia, non male per un artista non più di primissimo pelo, ma ancora abbastanza giovane.

Prima dell’evento per il quale tutti siamo qui, veniamo intrattenuti per circa mezzora dalla sorellina minore, Lucy Wainwright Roche, la quale, armata di chitarra acustica, voce da usignolo e simpatia contagiosa, contribuisce a creare il giusto mood, rompendo il ghiaccio e scaldando l’atmosfera anche grazie a una serie di esilaranti siparietti con il pubblico, che partecipa divertito.
Al di là delle facili battute (…quanti cazzo sono ‘sti Wainwright?): brava e gradevole, la Signorina. Gran bella sorpresa, almeno per me.

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Archiviata la pratica “opening act”, la tensione sale. Ora tutti attendiamo Lui.
Le luci del Teatro si spengono, la musica in sottofondo (Judy Garland dal vivo, chi sennò?) va in rapida dissolvenza.
La platea è in evidente fibrillazione, nell’aria si respira un’atmosfera di forte attesa, tipica delle grandi occasioni. C’è molta energia in giro tra le rosse poltrone del teatro.
Il momento infine giunge: intorno alle ventidue Rufus Wainwright sale sul palco dello stracolmo Teatro Duse di Bologna, e saluta i convenuti agitando la mano destra. Un rapido gesto che basta e avanza per mandare il pubblico in brodo di giuggiole.
Ancora non hai suonato una sola nota, e già sei sul due a zero per te. Bel colpo Rufus.
Poi il nostro uomo si siede al pianoforte a coda, avvolto in una (improbabile?) vestaglia rossa e nera, a tema floreale, lunga fino ai piedi. Si tratta di un dono ricevuto da Jean Paul Gaultier la sera prima a Londra, come tiene a informarci. Sticazzi, penso tra me e me.
Sarà però l’unico vezzo che si concederà oggi. La indosserà solo per i primi due pezzi, perché questa non sarà una serata da orpelli e arzigogoli.
Questa sera si fa sul serio: ci attende un affascinante viaggio nel cuore delle canzoni. Sola voce e piano, ogni tanto una chitarra acustica.

Rufus parla e racconta molto, di sé e delle sue opere, mostrando notevole giovialità.
Soprattutto, più di ogni altra cosa, suona e canta alla grande, come pochi sanno fare ai giorni nostri in ambito Pop. Uno sfacciato sfoggio di Genio musicale.
Breve inciso: di sicuro l’utilizzo del termine “Pop” può sembrare riduttivo e inappropriato per catalogare un personaggio multi-sfaccettato come il canadese, a volte addirittura un po’ sopra le righe, ma lo voglio utilizzare di proposito.
Lo voglio utilizzare perché è solo grazie ad artisti di questo spessore che questo termine può riacquistare dignità.
Il POP può essere un genere bellissimo, se a maneggiarlo ci si mette uno così.
Uno così, che si può permettere di reggere per due ore il palcoscenico supportato solo da un grande talento pianistico e da una voce potente e melodiosa, educata al Bel Canto.
Una bella voce, bisogna dire, che non accuserà il minimo calo, dall’inizio alla fine del concerto.

Le canzoni, spogliate all’osso da quegli arrangiamenti che su disco a volte sembrano un po’ ridondanti, hanno la possibilità di respirare libere, ed emergono in tutta la loro rimarchevole bellezza.
Come già detto, ne eseguirà alcune anche alla chitarra acustica, un paio delle quali in compagnia della sorella, ma l’incanto si paleserà quando Rufus siederà al piano.
Non mi va di entrare nel dettaglio della scaletta (tanti classici, comunque), ma una parolina sull’esecuzione di Poses la vorrei spendere: eseguita a occhi chiusi, sola voce e piano, mi ha travolto e portato sull’orlo delle lacrime. Non so perché sia successo, forse perché non me l’aspettavo e avevo le difese abbassate. Che emozione, però. Roba da sentirsi davvero vivi.
Una performance di raro spessore e intensità, che rafforza l’idea di trovarsi di fronte ad un talento vero, di quelli che non si incontrano spesso.
Certo, che R.W. sia fuori dal comune lo sappiamo, e non da oggi.

Un conto però è ascoltarne i dischi, leggerne e parlarne, tutt’altra cosa è trovarselo di fronte, in azione, a pochi metri di distanza. Stai osservando da vicino la cometa di Halley, e chissà quando ti ricapiterà un’occasione del genere.
Mi piace pensare, mi piace credere di avere a che fare con un artista ancora in potenziale crescita. Una crescita forse disordinata, giacché distratta da mille altre passioni, ma possibile.
Il sogno del sottoscritto, che a volte si fa dei pipponi mentali assurdi, sarebbe quello di rinchiuderlo dentro ad uno studio di registrazione, con strumentazione ridotta al minimo. Come compagno di viaggio, il solo Rick Rubin, con il quale confrontarsi senza filtri esterni.
Con l’iper-barbuto alla consolle, attento a contenere la debordante personalità del nostro, e sempre pronto a asciugare, e tagliare il superfluo (non della propria barba, eh, quella è sacra), credo che se ne sentirebbero delle belle.
Trovate che sia un’idea assurda? Vabbè, cosa pretendete? Ve l’ho già detto prima che mi faccio degli enormi pipponi mentali.
Per il momento, mi dovrò accontentare di questa serata, ed è un gran bell’accontentarsi.

Mentre l’ultima nota di piano riecheggia nell’aria, siamo già tutti in piedi a tributare all’Artista la dovuta ovazione. Rufus Wainwright ci saluta per l’ultima volta, e un gran sorriso incornicia il suo volto. Pochi secondi, e fugge via, verso il retropalco.
Le luci si accendono, e mentre Judy Garland riprende a cantare da un luogo indefinito oltre l’arcobaleno, noi ci incamminiamo sotto i portici, nell’umida notte di Bologna, con il cuore colmo di Bellezza e Meraviglia.
Ancora una volta.

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