In missione per conto di DEE

Fulminati sulla via di Mezzago.

eggfather&dee
David Eugene Edwards con il nostro fondatore EggFather

Lo scorso 24 maggio Talking Eggs al completo e, alla faccia della falsa modestia, in grande spolvero, ha mosso il suo trino culo e si è recato presso lo storico Bloom di Mezzago (MB), per partecipare alla Messa Sonica, nemmeno troppo laica, ivi celebrata dai Woven Hand.

L’ha fatto, a essere onesti, soprattutto per assistere alla manifestazione del Grande Sciamano from Englewood, Colorado. All’apparizione in carne, ossa, chitarra e cappello del Biondo Cavaliere dell’Apocalisse che risponde al nome di David Eugene Edwards.

Sì, questa volta ci siamo mossi tutti e tre, come in pellegrinaggio. In missione per conto di DEE. Perché quando si parla di Lui, i nostri pianeti si allineano.

Bisogna dire, col senno di poi, che ne è valsa davvero la pena. Perché noi l’altra sera abbiamo visto la luce. Sì, come novelli Jake & Elwood Blues, abbiamo visto la luce squarciare le tenebre che avvolgevano il locale, e da allora non siamo più gli stessi.

Una cosa adesso c’è ben chiara: mentre per chi scrive il concetto di Dio è solo un’illusione consolatoria a uso e consumo dei molti, troppi esseri umani bisognosi di conforto, David Eugene Edwards invece è pura, assoluta Verità.

Sono stati ottantacinque minuti di saturo, selvaggio, elettrico assalto sonoro. Da lasciare senza fiato, letteralmente. In altre occasioni avremmo storto la bocca di fronte ad una durata così limitata, questo è sicuro. In questo caso, tuttavia, difficile pensare di poter resistere oltre. E’ stato un live act stordente, di un’intensità da togliere il respiro. E infatti chi scrive l’ha vissuto in apnea, diviso tra stupore e puro godimento, tra emozione e procurata sordità, per fortuna temporanea.

Sono passate da pochi istanti le 23.30, quando ecco che le luci del Bloom si spengono, e la band (basso, batteria, chitarra elettrica più Edwards) sale sul palco. DEE saluta con fare furtivo il pubblico, imbraccia la chitarra elettrica e si lancia in una versione furiosa di Hiss, canzone contenuta in Refractory Obdurate, l’ultimo violento, poderoso, bellissimo album dei Woven Hand, uscito nel mese di maggio. Da quel momento in poi la sensazione provata sarà quella di lievitare, sollevati dal suolo, come a cavalcare l’onda di un mare agitato di feedback. Sarà così per tutta la durata del concerto. Alla fine, la band avrà eseguito nove canzoni dall’ultima opera, e cinque dal penultimo album in studio, The Laughing Stalk, pubblicato nel 2012. Unica concessione al glorioso passato dei 16 Horsepower, l’esecuzione di Horse Head Fiddle.

Nonostante la dolorosa assenza del sodale storico Pascal Humbert, la sezione ritmica è comunque devastante, martellante, tribale. Inutile negarlo, la nostra attenzione è però catturata solo da Lui, dal figlio del predicatore metodista, dal bambino cresciuto ascoltando gli interminabili sermoni recitati dai genitori e dai nonni. L’ossessione per il Divino e per le Sacre Scritture gli è rimasta, pure parecchio, ma se questi sono i risultati ben venga il suo dio, chiunque (o qualsiasi cosa) esso sia.

Cantante ammaliante dotato di voce ipnotica e potente, uomo dallo sguardo penetrante, inquietante, dalle movenze sciamaniche; chitarrista energico ma preciso, dotato di tecnica sopraffina: questo è oggi dal vivo il leader dei Woven Hand. Vi disturbano l’ossessione per il vecchio testamento, i ricorrenti riferimenti all’apocalisse, il ripetersi dei temi biblici nei testi? Pazienza, peggio per voi. Sarebbe come dire, che ne so, che i Ramones hanno suonato per vent’anni la stessa canzone. Meno male che l’hanno fatto.

Ora come ora, David Eugene Edwards è uno dei più grandi autori americani viventi, se non il più grande in assoluto. Questo però dalle nostre parti già si sapeva. Quello che io fino a sabato scorso non sapevo, mia colpa mia colpa mia grandissima colpa, era che è anche uno dei più grandi live performer in attività. Un carisma davvero unico: magnetico, coinvolgente, minaccioso, eppure seducente. A tratti, spesso a dire il vero, sembra di trovarsi di fronte ad uno sciamano in trance, posseduto dal Grande Spirito della Musica.

Gothic folk primordiale, Appalachi e Rocky Mountains, grandi spazi, cultura e suoni dei Nativi Americani, Obscure Country, energia punk, post punk, vecchio testamento, new wave & Joy Division, Jeffrey Lee Pierce e Gun Club, mandolini, bouzouki, chitarre anni ’80 alla Billy Duffy, immaginario alla Michael Gira e alla Nick Cave da giovane, rimandi a sonorità mediorientali ed est europee: tutto questo, oltre all’eredità dei 16 Horsepower, convive in incredibile armonia nei Woven Hand, andando a creare una miscela davvero particolare, sontuosa e inafferrabile.

Perché sì, è vero, nelle musiche dei WH si riescono a cogliere tutte le influenze sopra descritte, ma l’insieme finale risulta sfuggente e unico, come qualcosa di mai sentito prima. Quando pensi di averlo catturato, il suono dei Woven Hand, lui con un colpo di reni ti scappa sempre di mano.

Un sound diventato inconfondibile, un utilizzo della voce da incantatore: tutti elementi che sanno mandare l’ascoltatore in trance, grazie ad un mantra spesso penetrante, circolare, avvolgente. Travolgente, per i sensi.

Orsù, pentitevi infedeli.
Pentitevi, prima che per voi sia troppo tardi.
Pentitevi, e convertitevi al culto dell’immenso DEE. Aprite il vostro cuore alla Verità: una musica fatta di ossa, nervi, sangue, viscere, peccato e redenzione, buio e luce, vita morte e resurrezione, caduta e risalita. Come la vita stessa.
Perché se Dio è un’illusione, David Eugene Edwards è Verità e Vita fatte carne.

Amen.

“Dio è morto, Marx è morto … e anch’io oggi non mi sento molto bene!” (Woody Allen)

Scaletta concerto del 24/05/2014:
1. Hiss
2. Closer (vedi sotto)
3. Maize
4. Horse Head Fiddle (16 Horsepower cover)
5. Masonic Youth
6. King o king
7. El-bow
8. Corsicana Clip
9. The Refractory
10 .Long horn
11. Field of Hedon
12. Salome
13. Good Shepherd
encore
14. Obdurate Oscura
15. Glistening black

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