Guai a chi li tocca! – TALKING EGGS http://www.talkingeggs.it Musica uscita dal guscio Fri, 24 Apr 2015 14:50:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 25 aprile, alla faccia della retorica http://www.talkingeggs.it/25-aprile-alla-faccia-della-retorica/ http://www.talkingeggs.it/25-aprile-alla-faccia-della-retorica/#respond Fri, 24 Apr 2015 14:49:22 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=179 Mi piacerebbe scrivere qualcosa a proposito della splendida giornata che io e i miei amici abbiamo passato il 25 Aprile 2014 in quel di Praticello di Gattatico, coronata dal concerto pomeridiano tenuto dai Gang (per inciso, in splendida forma), in celebrazione del sessantanovesimo anniversario della Liberazione dal giogo nazi-fascista. Sì, mi piacerebbe davvero riuscire a scrivere … Continua la lettura di 25 aprile, alla faccia della retorica

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Mi piacerebbe scrivere qualcosa a proposito della splendida giornata che io e i miei amici abbiamo passato il 25 Aprile 2014 in quel di Praticello di Gattatico, coronata dal concerto pomeridiano tenuto dai Gang (per inciso, in splendida forma), in celebrazione del sessantanovesimo anniversario della Liberazione dal giogo nazi-fascista.

Sì, mi piacerebbe davvero riuscire a scrivere qualcosa, e vorrei che fosse qualcosa di efficace.

Il problema è che non so se sono capace di farlo. Sono frenato dal timore che dalla mia misera penna possano uscire solo frasi intrise di retorica, buone solo a prestare il fianco alle pretestuose, prevedibili critiche sollevate dai soliti reazionari.

Inoltre, essendo questo un blog a tema musicale, qualcuno potrebbe facilmente sollevare obiezioni in merito alla scelta di parlare di Resistenza, di Liberazione, quindi di politica.

Ebbene, io rifiuto con fermezza l’idea che Talking Eggs debba rimanere uno spazio asettico, un compartimento stagno impermeabile a tutto ciò che non sia musica.

Sono stato combattuto, lo ammetto, ci ho pensato a lungo, e sono giunto alla conclusione che ci sono momenti nei quali è importante ogni singola testimonianza, persino quella di un povero stronzo come me, anche dentro ad un contenitore come questo. E oggi stiamo vivendo uno di quei momenti.

La vita in sé gronda politica: ogni nostra singola azione, ogni nostro comportamento, persino ogni canzone che ascoltiamo assume, è inevitabile, una connotazione politica.

Perciò, vaffanculo. Vorrà dire che correrò il rischio di essere retorico.

Bando alle ciance quindi, veniamo al dunque.

Prima di tutto, voglio affermare con forza l’orgoglio di essermi ritrovato con gli amici a commemorare il 25 Aprile. Per ciò che rappresenta.  A loro, ma anche a me stesso, voglio dire che non dobbiamo sentirci scoraggiati se abbiamo l’impressione di appartenere ormai a una riserva indiana.

E’ vero, ogni anno siamo sempre di meno e sempre più divisi, e i tanti soloni in malafede hanno gioco facile nel confinare le nostre idee ai margini, nel ghetto.

Ci vedono come dei poveri, patetici nostalgici, da apostrofare con un misto di dileggio e compassione. Spesso derisi e canzonati da quelli che “siete dei dinosauri fuori dal mondo-non ha più senso celebrare questa ricorrenza-non ha più significato ai giorni nostri parlare di fascisti e comunisti-non ha più senso fare distinzioni tra destra e sinistra-ecc. ecc. ecc.”, e altre stupidaggini di questo genere.

COL CAZZO che non ha più senso.

Eh no, attenzione: non dobbiamo prestare il fianco a questi revisionisti mascherati da riformisti moderati. Non dobbiamo mollare di un centimetro sulle nostre idee, in nessun caso.

La nostra piccola patria deve saper scegliere la parte, sempre. E noi sappiamo bene da che parte stava, e ancora sta, la ragione.

Bisogna rifiutare con sdegno l’idea, sempre in auge, secondo la quale non ha più senso celebrare il 25 Aprile. Dobbiamo far sì che avvenga l’esatto contrario: questa festa deve tornare nel cuore di tutti gli italiani che l’hanno dimenticata.

Questa è stata, e dovrà essere anche in futuro, la Festa delle Feste, il Giorno dei Giorni, la pietra angolare sulla quale si dovranno formare le coscienze delle donne e degli uomini futuri.

Alla faccia della retorica, ORA E SEMPRE 25 APRILE!

Avverto molto la responsabilità di sensibilizzare gli animi, ora più che mai, dacché i protagonisti, i testimoni viventi di quell’epopea sono sempre di meno.

Perciò ora tocca a noi: siamo grandi a sufficienza per raccoglierne l’eredità.

Prendere le loro storie, divulgarle e raccontarle a chi non le conosce, è un dovere.

Perché è soprattutto grazie a quelle storie se è stata fatta l’Italia post-fascista.

Non dobbiamo essere pigri e smettere di affermare l’imprescindibilità di valori quali Resistenza e Liberazione. Perché, ormai è evidente, il fascismo sta rialzando la testa.

Sono i neo-liberisti, i neo-capitalisti d’accatto, nascosti dietro ai loro completi eleganti da tremila euro, i nuovi fascisti. Quelli davvero pericolosi, perché non identificabili con facilità.

Sì, sono loro, fighetti zotici e ignoranti, a decidere da dietro le quinte la composizione dei governi-fantoccio bipartisan, oggi così di moda.

Sempre loro, gli stessi che non perdono mai occasione per attaccare la nostra Costituzione. Unico scopo, malcelato benché inconfessabile, l’azzeramento di tutti i diritti dei lavoratori, in nome del profitto selvaggio.

Ci rendiamo conto di quello che sta accadendo al nostro Paese?

Stiamo parlando della nostra (NOSTRA) Costituzione.

La Costituzione Repubblicana Antifascista, senza la quale la nostra storia non sarebbe mai stata la stessa. La Costituzione più bella del mondo, miei cari “signori”, non ha alcun bisogno di essere stravolta, o peggio, stracciata.

Sarebbe sufficiente applicarla così com’è, cosa mai fatta fino in fondo.

Magari il prossimo 2 giugno potreste scendere in piazza anche voi, miei cari “signori”.

Forse imparereste un po’ di cose sulla Costituzione.

Ad esempio, potreste imparare che l’Italia è una Repubblica fondata su quella cosa, ma sì, quella cosa che dà da mangiare alle persone donando loro dignità, quella cosa che state cercando di dilaniare…com’è che si chiama?

Ah già, LAVORO

Cos’è che dite? Che a voi del 2 giugno interessa solo la parata militare? Ah beh, allora stiamo freschi…

Non possiamo permettere a questi mistificatori di azzerare tutto, di infangare il ricordo della Lotta Partigiana, di ignorarne la rilevanza.

Dirò di più: noi che crediamo in quei valori, non possiamo tollerare che il ricordo sbiadisca anche a causa di una sciatteria generalizzata, la nostra. Sarebbe ancor più grave.

E’ una Battaglia di Civiltà, forse più grande di noi, ma dobbiamo combatterla.

Spegniamo il televisore e il computer, togliamo le batterie ai nostri tablet e ai nostri smartphone.
Alziamo il culo dal divano, usciamo da casa, incontriamoci e confrontiamoci.

Frequentiamo i circoli ANPI, sosteniamoli, partecipiamo alle loro iniziative.

Andiamo nelle librerie, rechiamoci nelle biblioteche, recuperiamo i tanti, bei libri scritti sulla Resistenza. Quelli che raccontano le gesta di quei ragazzi (ragazzi normali, come noi) che hanno lottato perché animati dagli ideali di Libertà e Uguaglianza.

Impariamo a memoria le loro storie, condividiamole, teniamone vivo il ricordo.

Sì, usciamo da casa, andiamo a trovare i vecchi partigiani superstiti, facciamoci raccontare le loro gesta, rendiamole nostre. Proteggiamo e ricostruiamo questo grande Patrimonio collettivo, prima che sia spazzato via del tutto.

Non rendiamo vano, per ignavia e indifferenza, tutto quello che hanno fatto per noi.

Come ha detto Marino Severini dal palco di Praticello di Gattatico, provincia di Reggio Emilia, venerdì 25 aprile 2014: in questi anni ci siamo distratti un po’ troppo.

Ci siamo rilassati, abbiamo pensato che quelle conquiste fossero per sempre.

Invece no. Ora anche i diritti fondamentali, ottenuti grazie ad anni di lotte, sono messi in discussione.

Che amara scoperta: bisogna di nuovo rimboccarsi le maniche, e ricominciare da zero.

Questa la lezione imparata, in definitiva: niente è per sempre.

Alimentare la memoria, divulgare il nostro passato nel presente, rivendicare la nostra Identità: questi devono essere i primi passi. Non ho alcun dubbio su questo.

Perché la Verità torni al più presto dove le spetta: nell’Olimpo della Storia di questo maledetto, magnifico paese.

Ora e sempre Resistenza, ora e sempre 25 Aprile.

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GANG – Sangue e Cenere http://www.talkingeggs.it/gang-sangue-e-cenere/ http://www.talkingeggs.it/gang-sangue-e-cenere/#comments Sun, 19 Apr 2015 13:43:59 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=174 Mentre scrivo queste parole ho sotto gli occhi la Limited Edition n. 929, in CD, di Sangue e Cenere. E’ la mia. Questa brevissima premessa è doverosa e necessaria, bisogna subito mettere in chiaro una cosa: se cercate obiettività, se cercate analisi tecniche, se cercate la recensione di stampo classico, e magari un po’ snob, … Continua la lettura di GANG – Sangue e Cenere

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Mentre scrivo queste parole ho sotto gli occhi la Limited Edition n. 929, in CD, di Sangue e Cenere. E’ la mia.

Questa brevissima premessa è doverosa e necessaria, bisogna subito mettere in chiaro una cosa: se cercate obiettività, se cercate analisi tecniche, se cercate la recensione di stampo classico, e magari un po’ snob, magari un po’ spocchiosa (vero, SIB?), non prendetevi nemmeno la briga di leggere queste righe.

Da queste parti i Gang sono una religione. I Gang sono stati il mio romanzo di formazione, e Marino è stato una sorta di padre spirituale per me.

Un anno fa, di questi tempi, il mio caro amico nonché sodale, The EggMaster, mi comunicava che sì, finalmente!, i Gang avrebbero registrato un nuovo disco composto da inediti, a quattordici anni di distanza da “Controverso”. Da lì a pochi mesi sarebbe partita, tramite il portale BeCrowdy, la più memorabile campagna di crowdfunding mai condotta prima in Italia. Quella stessa campagna che ci ha fatto capire, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, quanto siano amati i Gang, e quanto sia profondo questo Amore.

Ricordo ancora l’emozione adolescenziale provata in quel momento, l’eccitazione, la pura gioia. I Gang avrebbero registrato un disco nuovo! E lo avrebbero fatto da uomini liberi, in assoluta autonomia economica, artistica ed intellettuale!

Ed è stato così che dopo alcuni mesi è nato Sangue e Cenere, prodotto da Jono Manson, il Grande Timoniere che ha portato in mare i Gang, a vele spiegate.

Sangue e Cenere è un disco che mi commuove, e che cresce ad ogni ascolto. Un disco che rinfranca l’orgoglio di appartenere alla Grande Tribù dei Gang.

Quando sento dire che i Gang sono un gruppo fuori moda, mi faccio una grassa risata, e la faccio per dissimulare il profondo senso di compatimento che provo nei confronti di chi ha pronunciato queste parole.

Valori come solidarietà, uguaglianza, ospitalità, accoglienza, memoria, amore, pace, riconoscenza, ricerca della giustizia non passeranno mai di moda.

Questi valori fanno parte della storia dell’Uomo, costituiscono la sua più grande ricchezza, la sua parte migliore. Un uomo che li perde smette di essere un uomo. Diventa la triste, vuota, anonima ombra di se stesso.

Quindi, per cortesia, smettiamola di dire cazzate. I Gang sono una delle più grandi espressioni della storia della Canzone Italiana, sono e resteranno nella storia per forma e contenuto, e con questo disco non hanno fatto altro che confermarlo.

Come mi ha fatto notare più volte il mio già citato amico The EggMaster, c’era una dannato bisogno di Sangue e Cenere. Ne avevamo bisogno tutti noi, e ne avevano bisogno i Gang.

Bisognava ricordare alla Storia distratta di questo paese che la Gang vola ancora alto, altissimo, vola che è una meraviglia.

Durante gli ultimi quattordici anni Marino e Sandro non hanno mai mollato: hanno percorso l’Italia in lungo ed in largo, andando a suonare dal vivo ovunque venissero chiamati, sempre e comunque con il sorriso sulle labbra, sempre e comunque con una buona parola per tutti, sempre e comunque con un carico di canzoni memorabili da donare. Hanno partecipato ad innumerevoli progetti, hanno collaborato con centinaia di altri artisti, hanno pubblicato diverse raccolte di canzoni autoprodotte.

Cos’hanno ricevuto in cambio? Tonnellate di amore, riconoscenza, stima ed amicizia.

Che immensa ricchezza.

Sangue e Cenere si apre con la title track, e a casa mia bastano pochi secondi affinché l’arbitro possa dichiarare “gioco, partita, incontro” a favore della Banda dei fratelli Severini. Basta la strofa iniziale, “Io non amo canzoni di ferro/amo i riccioli d’oro”, pronunciata da Marino con la sua voce meravigliosa, a farmi salire i brividi lungo tutta la schiena. Chitarre spiegate, ritmica granitica, un testo che è una dichiarazione di intenti, e quella voce.

Che voce, quella voce.

Nella voce di Marino sono presenti tutte le sfumature dell’Amore, stagionate e maturate nel modo migliore, e questo disco non fa altro che rafforzare questa mia convinzione.

E che chitarra, quella chitarra.

La chitarra di Sandro ha un timbro personalissimo, originale. Il suono della sua chitarra potresti riconoscerlo in mezzo ad altre mille, diecimila, centomila. Sandro ha un tocco raffinatissimo, essenziale. Non è mai eccessivo, eppure riesce a risultare ugualmente graffiante e potente. Un grande talento, che in questo disco viene fatto risaltare in maniera scintillante (thanks a lot, Mr. Jono Manson).

Non fa in tempo a sfumare il primo pezzo, ed ecco arrivare Non Finisce Qui, grande ballata dal sapore americaneggiante, punteggiata dal meraviglioso sax tenore di Craig Dreyer.

Mi viene il groppo in gola quando ascolto questa canzone: sembra scritta pensando a mio padre. Anche mio padre “era un bambino che correva tra la polvere ed il cielo”, ed un giorno “venne a prenderlo la vita”, anche per lui “a nord c’era una paga, un lavoro, il meno peggio, se ti prendono per fame prima o poi ti fanno ostaggio”.

Anche mio padre se l’è portato via l’amianto, dopo una vita fatta di sacrifici e rinunce, allo scopo di crescere al meglio un figlio, l’unico figlio, amato più della propria vita.

“Io mio padre lo ricordo
Quando a casa ogni sera
Con gli occhi dentro al piatto
Piano piano mi chiedeva
‘E oggi come è andata? ’
Ed io ‘Bene! ’ rispondevo
Mio padre era un bambino che correva
Tra la polvere ed il cielo”

C’è poco altro da aggiungere, viene voglia di piangere di un pianto liberatorio.

Vietato dimenticare, obbligatorio lottare fino alla fine per ottenere giustizia. Lo dobbiamo a tutte le persone morte per colpa di un silenzio criminale.

Alle Barricate è un pezzo in perfetto stile Gang d’assalto: travolgente, trascinante, non fa prigionieri. Non vedo l’ora di cantarla a squarciagola da sotto il palco della Gang, spendendo fino all’ultima goccia di sudore. A me ricorda molto la versione combat rock di Fischia il Vento contenuta ne “La Rossa Primavera”.

Grande versione, quella, ma in questo contesto la straordinaria produzione di Jono Manson fa la differenza. Gran pezzo, si gode alla grandissima. Ho una notizia per tutti voi: la Gang è tornata, e suona da dio!

Ottavo Chilometro è una splendida ballata acustica che si fregia della presenza di Garth Hudson della Band alla fisarmonica, e già questa cosa da sola varrebbe il prezzo del biglietto, ma c’è molto altro. C’è Jason Crosby che si divide tra violino e pianoforte, e soprattutto c’è la storia del partigiano Wilfredo Caimmi.

Per dirla citando letteralmente le parole di Marino: “A Wilfredo devo molto perché fu soprattutto lui a farmi capire, in occasione di diversi incontri, quanto fossero importanti le canzoni come strumento e linguaggio per tenere vivo e acceso il fuoco della memoria della Resistenza. E questa canzone è una promessa fatta a lui, ma anche a tanti partigiani e partigiane che ho incontrato in questi anni in Italia.”

Wilfredo è scomparso il 17 ottobre del 2009, ma vivrà sempre in questa canzone. Partigiani una volta, Partigiani per sempre.

Marenostro, canzone candidata al Premio Amnesty International Italia 2015, è una delle vette assolute del disco, ed oserei dire dell’intero canzoniere della Gang. Si tratta di un’altra ballata struggente, di quelle che ti entrano dentro, una canzone della quale c’era una gran bisogno. Una meravigliosa preghiera laica, che in un amen porta l’ascoltatore a trovarsi in mare aperto, accalcato sopra ad una bagnarola in balia delle onde, insieme a centinaia di altri Esseri Umani, tutti in fuga dalla fame e dalla guerra (Salvini, prendere nota please), tutti uniti nel desiderio di un futuro migliore.

Siamo Italiani, popolo di migranti per eccellenza, ma sembriamo avere dimenticato questa cosa. Quanto ci siamo imbruttiti.

“Marenostro tu sai chi li guida
È quel Dio che non ha frontiere
Che cammina sull’acqua e sul fuoco
E che spezza tutte le catene
E’ il Dio di tutti i colori
Che combatte la fame e la guerra
E per lui nessuno è straniero
Come in cielo così come in terra”

Perché Fausto e Iaio? è l’unica canzone non inedita del lotto, e racconta una delle tante tristi storie che non vanno dimenticate. E’ il valore della memoria. Senza memoria l’uomo è niente, senza memoria l’uomo non è più uomo, ma solo una pedina.

“E’ caro sangue il nostro
E ancora ci tocca
Come in via Mancinelli
Come a piazza Alimonda”

Esecuzione potentissima: un muro di chitarre rabbiose ma eleganti si amalgamano tra di loro alla perfezione, sostenute da una sezione ritmica sontuosa e potente, mentre Marino volta alto, lassù, sulle ali di una voce che assomiglia sempre più a quella di un capo tribù nativo americano.

Una versione che lascia davvero senza fiato e che emoziona profondamente.

Non faccio in tempo a riprendermi dall’emozione, ed ecco che le ultime note di Perché Fausto e Iaio? sfumano nelle prime di Nino, canzone dedicata ad Antonio Gramsci. Marino si rivolge in prima persona a Nino, il soprannome di Gramsci da bambino, e gli racconta la sua amarezza nel constatare lo sgretolarsi dell’eredità lasciata dal Partito Comunista Italiano, fondato da Gramsci stesso il 21 Gennaio 1921.

Una ballata toccante, malinconica, ma comunque piena di speranza.

Comunista non è che un sentimento, è Rivoluzione. Hai proprio ragione, Marino: essere comunisti è uno stato dell’anima, ed in tal senso io mi ci sento dentro pienamente.

Non credo che essere comunisti al giorno d’oggi abbia più molto a che fare con un’ideale strettamente politico. Sono stanco degli slogan, delle frasi fatte: spesso nascondono il vuoto. Invece, non mi stancherò mai di condividere e promulgare ideali quali uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale, difesa del più debole, rispetto per il prossimo.

“Oltre le sbarre, oltre i cancelli, oltre queste mura”

Sangue e Cenere è un disco fatto di ballate, e Nino è la mia preferita.

Quando si parla de Gli Angeli di Novi Sad, bisogna scomodare il De André più alto (e ho detto poco) che si sposa con il Morricone più evocativo (idem). Marino canta, con una voce mai sentita prima, un testo antimilitarista potentissimo, e lo fa, udite udite, accompagnato da una meravigliosa Orchestra Marchigiana, l’Orchestra Pergolesi diretta dal Maestro Stefano Campolucci. Non sono in grado di commentare ulteriormente questa canzone, mi limito a consigliarvene l’ascolto al buio, in cuffia. Se non vi scende nemmeno una lacrima vuol dire che siete morti.

“Perché ogni passo sia cammino”

Più forte della morte è l’amore può essere una canzone sorprendente per chi non conosce a fondo i Gang. Per me ad essere sinceri non lo è. O meglio, può esserlo dal punto di vista strettamente musicale, visto che siamo dalle parti del soul e del gospel, ma non può esserlo per quanto riguarda il testo.

Ho sempre “sentito” molta spiritualità nei testi di Marino: una spiritualità certamente laica, ma altrettanto certamente percepibile.

Più forte della morte è l’amore è una canzone superba, che aggiunge sfumature inaspettate alla storia musicale dei Gang. Chapeau.

Nel Mio Giardino è un pezzo estremamente Gang, forse il più “old style Gang” del lotto, ma l’arrangiamento lo rende straordinario. Una volta che l’hai ascoltato, non puoi più farne a meno. Persino un culo di pietra come il mio, avvezzo quasi esclusivamente ai 4/4 del rock and roll, non riesce proprio a stare fermo. Nel testo, tra i più intimi e personali mai scritti da Marino, c’è una sorta di definitivo ritorno a casa, e si percepisce sincera commozione.

“E se c’è un posto dove torna un Re Bambino
È proprio qui
Qui
Nel mio giardino”.

Il disco si conclude con Mia Figlia ha le ali leggere, delicata, sentita canzone. Meravigliosa conclusione per un disco meraviglioso. Il titolo dice già tutto. E mentre le ultimo note sfumano nel vento, io provo un grande senso di sollievo.

La Banda dei Fratelli Severini è tornata. Lo sapevamo, in fondo non se n’erano mai andati, anzi. Però questo disco ci voleva proprio, serviva.

Questo disco ci dona un nuovo senso di appartenenza, lo rinnova, lo rinfranca, e ci ricorda che cosa fantastica sia fare parte della tribù della Gang.

I Gang sono stati uno tra gli incontri più straordinari della mia vita, e le canzoni dei Gang mi hanno insegnato quello che i libri non sono stati in grado di insegnarmi.

Sangue e Cenere è l’ennesimo dono che mi/ci fanno, ed io non posso fare altro che ringraziarli.

Grazie Marino, Grazie Sandro.

Perché ogni singolo passo sia sempre cammino. Sempre.

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Talking about R.E.M. http://www.talkingeggs.it/talking-about-r-e-m/ http://www.talkingeggs.it/talking-about-r-e-m/#respond Thu, 22 May 2014 16:57:51 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=127 Questa mattina, mentre stavo facendo colazione nel solito bar, prima di andare al lavoro, ho sentito in sottofondo What’s The Frequency, Kenneth? dei R.E.M., il singolo apripista di Monster, pubblicato nel 1994. La radio non aveva il volume particolarmente alto, eppure la mia attenzione ne è stata catturata da subito, con facilità. Il mio semiparalitico … Continua la lettura di Talking about R.E.M.

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Questa mattina, mentre stavo facendo colazione nel solito bar, prima di andare al lavoro, ho sentito in sottofondo What’s The Frequency, Kenneth? dei R.E.M., il singolo apripista di Monster, pubblicato nel 1994.
La radio non aveva il volume particolarmente alto, eppure la mia attenzione ne è stata catturata da subito, con facilità.

Il mio semiparalitico culo, senza che quasi me ne rendessi conto, ha cominciato, come per miracolo, a muoversi con grande piacere e voluttà, assecondando il ritmo della chitarra di Peter Buck.

Allora ho capito una cosa, in maniera inequivocabile: ho nostalgia dei R.E.M.
Più in generale, forse, ho nostalgia dei tempi nei quali bastava un riff – ok pur sempre un grande riff, non c’è che dire – per gasarmi e mandarmi in orbita.

 

 

Eh sì (segue sospiro malinconico), i R.E.M. li ho amati e li amo ancora tanto. Sarà perché li ho incontrati durante la mia adolescenza, ai tempi di Lifes rich Pageant (1986), e gli amori di gioventù non si dimenticano, ma da allora non li ho mai abbandonati.

Insomma, sia come sia, sentire questa canzone uscire dagli altoparlanti di quel dozzinale impianto stereo mi ha fatto sentire bene, anzi benissimo.

Perché, lo ammetto, quella piacevole, rassicurante, sensazione di “ritorno a casa” ormai riesco a provarla solo quando ascolto gli artisti che mi hanno fatto da colonna sonora durante l’adolescenza e la prima giovinezza.
Che poi “colonna sonora” è una definizione riduttiva.
Perché io, perché Noi la musica la respiravamo, la succhiavamo ventiquattr’ore al giorno.

Suonerà retorico, sembrerà nostalgico, ma è la nuda verità.
Gli artisti legati agli anni più spensierati della vita mi sono entrati talmente nel profondo che basta l’incontro accidentale con una canzone per risvegliare, nel tempo di in un amen, un mondo di ricordi ed emozioni ancora vivide.

Oggi parliamo dei R.E.M., ma potremmo parlare di tanti altri.
Ma poiché parliamo dei R.E.M…..che ne dite di questa lista?
Vi va di commentarla? No? Beh, ve la dovrete sorbire comunque.
Ecco le mie canzoni preferite, rilasciate dai quattro (poi tre) di Athens – Georgia, in ordine circa cronologico, in trent’anni di carriera:

Gardening At Night
Radio Free Europe
Talk About The Passion
Perfect Circle
So. Central Rain
Maps and Legends
Driver 8
Wendell Gee
Fall On Me
Cuyahoga
The Flowers of Guatemala
I Believe
Swan Swan H
Finest Worksong
It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)
The One I Love
Pop Song 89
You Are The Everything
Stand
World Leader Pretend
Orange Crush
Losing My Religion
Low
Near Wild Heaven
Half A World Away
Country Feedback
Drive
The Sidewinder Sleeps Tonite
Everybody Hurts
Sweetness Follows
Man On The Moon
Find The River
What’s The Frequency, Kenneth?
Let Me In
The Wake Up Bomb
E-Bow The Letter
Leave
So Fast So Numb
Electrolite
Sad Professor
Walk Unafraid
Falls To Climb
The Lifting
Imitation Of Life
I’ll Take the Rain
Leaving New York
Living Well is The Best Revenge
Supernatural Superserious
Tre decenni, che cavalcata!
Se volessi tentare, abbozzare un’analisi su quanto sopra elencato, un po’ di cosette risulterebbero da subito evidenti ai miei occhi.

Primo, sono tante (quarantotto per la precisione).
Secondo, dagli ultimi quattro dischi (Up, Reveal, Accelerate e Collapse Into Now) c’è poca roba, in particolare niente dall’ultimo. Se per ipotesi volessimo, ma non vogliamo, restringere il lotto a venti canzoni, di sicuro gli ultimi quattro lavori non troverebbero rappresentazione.
Terzo, ci sono anche un bel po’ di singoli piuttosto commerciali, paraculi direi, ma sempre suonati, cantati ed arrangiati con classe, misura e sapienza eccezionali.

Di sicuro, viste le vendite e la fama raggiunti con Out Of Time, sono stati obbligati ad accettare qualche compromesso: quando vendi venti milioni di copie con un solo disco, la pressione e le attese si fanno sentire, eccome. Una cosa però bisogna dirla: il culo non l’hanno mai venduto. Senza ombra di dubbio.

I R.E.M. sono stati unici nel loro genere: quando hanno capito di non avere più niente da dire a livello artistico, ne hanno preso atto e si sono sciolti. Nessuna tensione e nessun isterismo tra loro. Anzi, sono rimasti buoni, ottimi amici, legati da grande affetto reciproco.

Andatevi a leggere il comunicato ufficiale con il quale annunciarono lo scioglimento: è esemplare ed esplicativo. Non credo esistano altri esempi analoghi o paragonabili, di sicuro non a così alto livello.
Li amo anche per questo.

Eh sì, i R.E.M. mi mancano.
Mi mancano proprio tanto.

Mi manca la voce particolarissima di Michael Stipe, mi manca la sua magnetica presenza, il suo carisma sul palco.
Mi manca la chitarra Rickenbecker di Peter Buck, ponte ideale tra gli anni sessanta e la contemporaneità, mi mancano le sue movenze sul palco, sempre sospese tra il goffo e il sincopato.
Mi mancano le armonie vocali di Mike Mills, il vero collante del suono R.E.M., grande nerd ante-litteram, nonché eccelso bassista/multistrumentista.
E infine, mi manca la batteria di Bill Berry, precisa e potente, il quale lasciò la band nel 1997, a seguito dei postumi di un grave aneurisma cerebrale che lo colpì durante il Monster Tour, per andare a fare il contadino. Per me il batterista dei R.E.M. rimarrà sempre e solo lui, Fino alla fine del mondo per come lo conosciamo (…ma anche per loro, visto che di fatto non l’hanno mai sostituito).

Vabbè, ora basta, perché il confine tra il nostalgico e il patetico si è fatto sempre più sottile, e ora è troppo sottile.

Per farla breve: ascoltatevi i R.E.M.
Magari proprio le canzoni contenute in questa lista.
Poi ditemi cosa ne pensate, raccontatemi quali avreste inserito e quali no.
Quelle che amate, quelle che non sopportate.

Per me è troppo difficile fare un’ulteriore selezione, già è stata dura scegliere “solo” queste quarantotto.

Non sono mai stato obiettivo in amore.

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Greetings To New Brunette http://www.talkingeggs.it/greetings-to-new-brunette/ http://www.talkingeggs.it/greetings-to-new-brunette/#respond Fri, 18 Apr 2014 22:00:12 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=82 Un flusso ininterrotto di coscienza su Billy Bragg, sulle canzoni di Billy Bragg…e sulla vita. Da un po’ di tempo a questa parte mi è tornata una gran voglia di ascoltare senza soluzione di continuità il buon Billy Bragg. Stiamo vivendo tempi estremamente bui, cupi, e abbiamo un gran bisogno di aggrapparci a persone come … Continua la lettura di Greetings To New Brunette

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Un flusso ininterrotto di coscienza su Billy Bragg, sulle canzoni di Billy Bragg…e sulla vita.

Da un po’ di tempo a questa parte mi è tornata una gran voglia di ascoltare senza soluzione di continuità il buon Billy Bragg. Stiamo vivendo tempi estremamente bui, cupi, e abbiamo un gran bisogno di aggrapparci a persone come lui. Almeno, io lo sento, questo bisogno. Da ragazzo l’ho ascoltato fino all’ignoranza, per anni e anni, fino a consumare il nastro delle varie cassette duplicatemi dal mio amico Baggia. Poi, per un po’ di tempo, l’ho perso di vista. No, non il mio amico Baggia, intendo proprio Billy Bragg. Colpa mia, non ci sono dubbi in merito. Un paio d’anno fa ho avuto l’onore ed il piacere di vederlo dal vivo al Teatro “Fabrizio De Andrè” di Casalgrande (RE). Lui e la sua camicia da giocatore di bowling (peraltro rivedibile, eh…). In piedi sul palco, armato solo della sua chitarra elettrica, della sua voce e della grande forza delle sue idee. Due ore indimenticabili. Un concerto meraviglioso, entrato nella mia top 5 di sempre. Vedere con quale trasporto quest’uomo riesca ancora a portare avanti ciò cui crede, anche trent’anni dopo gli inizi, è stato molto istruttivo, oltre che emozionante. Mi ha scaldato il cuore, ma mi ha soprattutto riacceso il cervello. E’ stata una specie di epifania. Ho riscoperto l’importanza di portare avanti, sempre e comunque, le proprie convinzioni. Senza paura. Una cosa, tra le tante dette da BB quella sera, mi è rimasta particolarmente impressa: l’invito a combattere il cinismo imperante. Se non facciamo qualcosa di costruttivo, se non lo facciamo NOI in prima persona, non lo farà nessun altro per noi. Non possiamo aspettarci niente di buono da chi governa il mondo, ormai in mano alle multinazionali corrotte, a tutti i livelli e a tutte le latitudini. Questi vogliono solo fare soldi, soldi e ancora soldi, a costo di asfaltare chiunque si metta di traverso sul loro cammino. Mai come ora la parola SOLIDARIETA’ ha un senso compiuto. Ognuno di noi ha il dovere di cominciare a fare qualcosa di costruttivo, positivo, partendo dal piccolo. Se non ci aiutiamo, questi ci tolgono anche la nostra storia, ci annientano. “Fight cynicism!!!!”, esclama Billy Bragg dal palco… ed io, che forse nella vita avrò visto solo dei prati fioriti, penso che abbia proprio ragione. C’è una canzone di B. Bragg che significa molto per me, che mi tocca nel profondo. E’ Greetings To the New Brunette. La adoro, tra quelle del nostro uomo è la mia preferita. Non so nemmeno spiegare bene il perché. O forse si, in realtà. Credo sia per l’atmosfera dolceamara che mi trasmette. E per quelle chitarre, cristalline, scintillanti, che si incastrano e sovrappongono, che dialogano tra loro in perfetta armonia. E poi mi fa impazzire la giovane voce di Billy Bragg, che canta con trasporto quelle sentite parole, venate di malinconica ironia… Grazie a BB ho capito che non ha senso fare distinzione tra privato e pubblico: siamo esseri umani, la nostra vita è una sola, e ogni accadimento, personale o meno che sia, influenzerà il nostro modo di agire e di essere, e forse anche quello degli altri; l’importante è essere onesti prima di tutto con se stessi. Solo così, dopo, si potrà essere onesti anche nei confronti di chi si incontrerà lungo il cammino. Cercare di dare il proprio meglio. Cercare di costruire qualcosa. Cercare di agire, di non subire ingiustizie e, soprattutto, di non infliggere ingiustizie. Perchè ogni nostro comportamento, anche privato, ha in realtà una valenza pubblica, nel bene e nel male. …Pensa un po’ quante cose ti può insegnare una canzone. Ancora oggi il testo di mi fa venire i brividi, mi commuove. Ancora oggi mi trasmette un sentimento di dolce malinconia, mi fa provare una nostalgia talmente forte da suscitare in me i ricordi, i vividi ricordi di quell’estate, l’epica estate dei miei 17 anni. Un’estate passata nello struggimento totale provocato da un giovanissimo amore, come ovvio non corrisposto. All’epoca mi sembrava che la mia vita fosse finita. Messo KO, steso al tappeto da un’adorabile stronzetta sedicenne, occhi verdi – capelli colore e profumo del miele – lunghe gambe affusolate – voce fragile e sensuale – pensiero e favella sciolti, assai. La quale, ma guarda un po’, non mi cagava nemmeno di striscio. Respinto per la prima volta nella vita. Brutta, bruttissima sensazione di impotenza. Mi sentivo il ragazzo più incompreso ed infelice sulla faccia della terra. Reazione adolescenziale, che a ripensarci adesso fa sorridere. Peccato che all’epoca provassi una sofferenza viscerale. E che ci sguazzassi dentro, in una sorta di auto-compiacimento di stampo (oserei dire) Morrisseyano. Un pessimismo talmente cosmico che Leopardi era un allegrone, in confronto. Lacrime Lacrime Lacrime, e troppo grandi lacrime, per dirla con Fiumani. Un passaggio doloroso ma necessario, inevitabile, in quel percorso che si deve affrontare affinché il ragazzo possa scoprire l’uomo che gli sta nascendo dentro? Può essere. Peccato che allora non me ne fregasse un cazzo di ‘sto percorso da affrontare per diventare grande. Io ricordo solo un gran patimento. Ricordo che mi sentivo morire, e che mi crogiolavo in quella situazione. Più la gentil pulzella mi scansava, più io mi auto-infliggevo sofferenza, cercando di farmi accettare da lei. Billy Bragg però lo sapeva, e le sue parole, la sua musica, mi hanno aiutato a capire che no, davvero non valeva la pena di buttar via le proprie giornate, la propria vita. Che c’erano tante cose belle da fare, e tante altre belle, interessanti ragazze da conoscere, possibilmente in senso biblico. Billy Bragg ha assestato un salvifico calcione al mio ossuto culo, e mi ha ridestato dal torpore, da quella sorta di cattiva dipendenza. E’ il potere della musica, che agli occhi ed alle orecchie di un ragazzo diciassettenne arriva amplificato all’ennesima potenza. Finalmente c’è qualcuno che ti capisce, qualcuno che ha già vissuto, con ogni probabilità, quello che tu ora stai vivendo. Strana, la vita: senti di avere più cose in comune con un ragazzo cresciuto in un sobborgo operaio ad est di Londra, che con la maggior parte di quelli che sono cresciuti assieme a te. Insomma, tu sei lì, sdraiato nel tuo letto, dentro alla tua cameretta, al buio, e non te ne frega più niente di nessuno che non sia la piccola, deliziosa streghetta di cui sopra. Poi arriva questo ragazzo inglese rosso-crinito dal naso pronunciato, e dal clamoroso, spettacolare accento cockney. All’improvviso, bum, ti rendi conto di non essere solo. Stephen William Bragg, detto Billy, lotta e canta con te e per te. E ti dice, ti ordina di portare il tuo culo fuori di casa, e di fare qualcosa. Questa canzone mi è entrata dentro da subito, e l’ho ascoltata allo sfinimento. Poi, l’ho dimenticata, chissà perché. L’ho riscoperta solo di recente, e l’ho ritrovata più bella che mai. Potrei ascoltarla mille volte al giorno e non stancarmi mai. E questo è incredibile, a pensarci a modo. Ho colto delle sfumature nel testo che allora non notai, che mi fanno capire ancor di più la grandezza e l’enorme sensibilità di Billy Bragg. Proprio ora sto ascoltando per la milionesima volta questa straordinaria canzone. 3:32 minuti di pura, magica poesia. E mi torna in mente quel diciassettenne pieno di fragilità e di insicurezze, che anche grazie a BB alla fine ce l’ha fatta a trovare la propria strada. Non la più semplice da percorrere, forse. Ma l’ha scelta lui, con consapevolezza. Ed è questo che conta. “I’m celebrating my love for you With a pint of beer and a new tattoo And if you haven’t noticed yet 
I’m more impressionable when my cement is wet”

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