Dal VIVO, altro che Vevo – TALKING EGGS http://www.talkingeggs.it Musica uscita dal guscio Sun, 05 Nov 2017 22:33:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 Una carezza in un pugno, fra le braccia di Nick Cave http://www.talkingeggs.it/una-carezza-in-un-pugno-fra-le-braccia-di-nick-cave/ http://www.talkingeggs.it/una-carezza-in-un-pugno-fra-le-braccia-di-nick-cave/#respond Sun, 05 Nov 2017 22:29:27 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=207 La prima volta era stato il tour di Let Love In, un selvaggio a petto nudo si percuoteva il torace con il microfono e scaraventava giù dal palco un intruso. L’ultima (solo in ordine di tempo, speriamo) finisce con un abbraccio con un prescelto fra le decine di persone condotte e accolte sul palco. La … Continua la lettura di Una carezza in un pugno, fra le braccia di Nick Cave

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La prima volta era stato il tour di Let Love In, un selvaggio a petto nudo si percuoteva il torace con il microfono e scaraventava giù dal palco un intruso.
L’ultima (solo in ordine di tempo, speriamo) finisce con un abbraccio con un prescelto fra le decine di persone condotte e accolte sul palco.
La vecchiaia che addolcisce i sentimenti? La stanchezza dopo un passato turbolento e le tragedie familiari recenti? Forse in parte anche questo, ma la complessità di un personaggio come Nick Cave non si può ridurre e racchiudere in due scene opposte.
Come la sua musica: prima ti culla, poi ti sbatte contro un muro, ti accarezza e ti solleva per poi farti precipitare.
Dalla prima volta i Bad Seeds perdevano i pezzi (ultimo Conway Savage per problemi di salute) e ne imbarcavano altri, con Warren Ellis, diventato il vero capobanda, all’ultimo arrivato Larry Mullins, personaggio tutto da scoprire
http://www.local802afm.org/2013/06/the-seeker/
http://www.tobydammit.com/
A questo giro sono Martin P. Casey al basso, Thomas Wydler alla batteria (la vecchia guardia), Jim Sclavunos alle percussioni, Warren Ellis a violino, chitarra e diavolerie, George Vjestica alla chitarra e Larry Mullins alle tastiere.
Senza cercare di sostituire l’insostituibile, Nick Cave ha continuato lungo la sua strada riproponendo, ogni volta che inevitabilmente si voltava indietro, i brani storici con un vestito nuovo.
Così è stato a Padova, si inizia con tre pezzi da Skeleton Tree: Anthrocene, Jesus Alone e Magneto.
Versioni asciutte, quasi scarnificate rispetto a quelle su disco, soprattutto la terza, quasi spogliata completamente della musica e con un cantato a tratti ferito.
Con Higgs Boson Blues inizia un crescendo che esploderà nelle tre canzoni successive: From Her to Eternity, Tupelo e Jubilee Street, con una cavalcata finale che toglie il fiato.
Warren Ellis, dopo chitarra, synth e aver usato il violino come arma impropria, prende in mano l’archetto e ci apre in due nell’inizio di The Ship Song.
Nick Cave si siede al piano e attacca Into My Arms. Siamo nel parterre, in fondo e quasi all’uscita, ma non vola una mosca. Abituati alla confusione a alle chiacchiere che disturbano regolarmente ad ogni concerto chi vorrebbe ascoltare, capiamo che è veramente “One More Time with feeling”.
Continua con Girl in Amber e I Need You, forse il momento più alto dell’ultimo disco.
Arriva un altro intermezzo, con Red Right Hand e poi The Mercy Seat, dove ammettiamo di sentire la mancanza di Mick Harvey.
Else Torp, la soprano che canta in Distant Sky, è presente in uno dei fondali video, usati intervallati a riprese in diretta ai musicisti.
Niente effetti speciali, ma trovate molto semplici che aggiungono un livello visivo a cui non eravamo abituati nei loro show: gli alberi sferzati dal vento in Tupelo diventano un gioco di luci in Skeleton Tree, la giusta conclusione nella musica e nelle parole: “And it’s alright now”.
Non finisce qui, al rientro parte The Weeping Song. La musica scandita dal violino di Ellis emoziona, anche qui non possiamo fare a meno di sentire la pesante assenza di Blixa Bargeld.
Da qui in avanti il concerto si trasforma in qualcos’altro: Cave scende dal palco in mezzo al pubblico durante Stagger Lee. La sua ricerca del contatto con il pubblico diventa un abbandono totale.
Riemerge sulla sinistra, comandando il battito di mani e poi conducendo sul palco una folla di persone. Li fa sedere e rialzare come durante un rito, questo è in fondo un concerto di Nick Cave: lasciarsi trasportare oltre, dalla sua musica e da un predicatore, sciamano, sacerdote, creatura delle proprie canzoni.

And some people say it’s just rock and roll
Ah but it gets you right down to your soul
You’ve got to just keep on pushing it
Keep on pushing it
Push the sky away

Alcune persone dicono che è solo rock n’ roll
Oh, ma arriva dritto alla tua anima
Devi solo continuare a spingere
Continuare a spingere
Spingere via il cielo
(trad. nickcave.it)

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25 aprile, alla faccia della retorica http://www.talkingeggs.it/25-aprile-alla-faccia-della-retorica/ http://www.talkingeggs.it/25-aprile-alla-faccia-della-retorica/#respond Fri, 24 Apr 2015 14:49:22 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=179 Mi piacerebbe scrivere qualcosa a proposito della splendida giornata che io e i miei amici abbiamo passato il 25 Aprile 2014 in quel di Praticello di Gattatico, coronata dal concerto pomeridiano tenuto dai Gang (per inciso, in splendida forma), in celebrazione del sessantanovesimo anniversario della Liberazione dal giogo nazi-fascista. Sì, mi piacerebbe davvero riuscire a scrivere … Continua la lettura di 25 aprile, alla faccia della retorica

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Mi piacerebbe scrivere qualcosa a proposito della splendida giornata che io e i miei amici abbiamo passato il 25 Aprile 2014 in quel di Praticello di Gattatico, coronata dal concerto pomeridiano tenuto dai Gang (per inciso, in splendida forma), in celebrazione del sessantanovesimo anniversario della Liberazione dal giogo nazi-fascista.

Sì, mi piacerebbe davvero riuscire a scrivere qualcosa, e vorrei che fosse qualcosa di efficace.

Il problema è che non so se sono capace di farlo. Sono frenato dal timore che dalla mia misera penna possano uscire solo frasi intrise di retorica, buone solo a prestare il fianco alle pretestuose, prevedibili critiche sollevate dai soliti reazionari.

Inoltre, essendo questo un blog a tema musicale, qualcuno potrebbe facilmente sollevare obiezioni in merito alla scelta di parlare di Resistenza, di Liberazione, quindi di politica.

Ebbene, io rifiuto con fermezza l’idea che Talking Eggs debba rimanere uno spazio asettico, un compartimento stagno impermeabile a tutto ciò che non sia musica.

Sono stato combattuto, lo ammetto, ci ho pensato a lungo, e sono giunto alla conclusione che ci sono momenti nei quali è importante ogni singola testimonianza, persino quella di un povero stronzo come me, anche dentro ad un contenitore come questo. E oggi stiamo vivendo uno di quei momenti.

La vita in sé gronda politica: ogni nostra singola azione, ogni nostro comportamento, persino ogni canzone che ascoltiamo assume, è inevitabile, una connotazione politica.

Perciò, vaffanculo. Vorrà dire che correrò il rischio di essere retorico.

Bando alle ciance quindi, veniamo al dunque.

Prima di tutto, voglio affermare con forza l’orgoglio di essermi ritrovato con gli amici a commemorare il 25 Aprile. Per ciò che rappresenta.  A loro, ma anche a me stesso, voglio dire che non dobbiamo sentirci scoraggiati se abbiamo l’impressione di appartenere ormai a una riserva indiana.

E’ vero, ogni anno siamo sempre di meno e sempre più divisi, e i tanti soloni in malafede hanno gioco facile nel confinare le nostre idee ai margini, nel ghetto.

Ci vedono come dei poveri, patetici nostalgici, da apostrofare con un misto di dileggio e compassione. Spesso derisi e canzonati da quelli che “siete dei dinosauri fuori dal mondo-non ha più senso celebrare questa ricorrenza-non ha più significato ai giorni nostri parlare di fascisti e comunisti-non ha più senso fare distinzioni tra destra e sinistra-ecc. ecc. ecc.”, e altre stupidaggini di questo genere.

COL CAZZO che non ha più senso.

Eh no, attenzione: non dobbiamo prestare il fianco a questi revisionisti mascherati da riformisti moderati. Non dobbiamo mollare di un centimetro sulle nostre idee, in nessun caso.

La nostra piccola patria deve saper scegliere la parte, sempre. E noi sappiamo bene da che parte stava, e ancora sta, la ragione.

Bisogna rifiutare con sdegno l’idea, sempre in auge, secondo la quale non ha più senso celebrare il 25 Aprile. Dobbiamo far sì che avvenga l’esatto contrario: questa festa deve tornare nel cuore di tutti gli italiani che l’hanno dimenticata.

Questa è stata, e dovrà essere anche in futuro, la Festa delle Feste, il Giorno dei Giorni, la pietra angolare sulla quale si dovranno formare le coscienze delle donne e degli uomini futuri.

Alla faccia della retorica, ORA E SEMPRE 25 APRILE!

Avverto molto la responsabilità di sensibilizzare gli animi, ora più che mai, dacché i protagonisti, i testimoni viventi di quell’epopea sono sempre di meno.

Perciò ora tocca a noi: siamo grandi a sufficienza per raccoglierne l’eredità.

Prendere le loro storie, divulgarle e raccontarle a chi non le conosce, è un dovere.

Perché è soprattutto grazie a quelle storie se è stata fatta l’Italia post-fascista.

Non dobbiamo essere pigri e smettere di affermare l’imprescindibilità di valori quali Resistenza e Liberazione. Perché, ormai è evidente, il fascismo sta rialzando la testa.

Sono i neo-liberisti, i neo-capitalisti d’accatto, nascosti dietro ai loro completi eleganti da tremila euro, i nuovi fascisti. Quelli davvero pericolosi, perché non identificabili con facilità.

Sì, sono loro, fighetti zotici e ignoranti, a decidere da dietro le quinte la composizione dei governi-fantoccio bipartisan, oggi così di moda.

Sempre loro, gli stessi che non perdono mai occasione per attaccare la nostra Costituzione. Unico scopo, malcelato benché inconfessabile, l’azzeramento di tutti i diritti dei lavoratori, in nome del profitto selvaggio.

Ci rendiamo conto di quello che sta accadendo al nostro Paese?

Stiamo parlando della nostra (NOSTRA) Costituzione.

La Costituzione Repubblicana Antifascista, senza la quale la nostra storia non sarebbe mai stata la stessa. La Costituzione più bella del mondo, miei cari “signori”, non ha alcun bisogno di essere stravolta, o peggio, stracciata.

Sarebbe sufficiente applicarla così com’è, cosa mai fatta fino in fondo.

Magari il prossimo 2 giugno potreste scendere in piazza anche voi, miei cari “signori”.

Forse imparereste un po’ di cose sulla Costituzione.

Ad esempio, potreste imparare che l’Italia è una Repubblica fondata su quella cosa, ma sì, quella cosa che dà da mangiare alle persone donando loro dignità, quella cosa che state cercando di dilaniare…com’è che si chiama?

Ah già, LAVORO

Cos’è che dite? Che a voi del 2 giugno interessa solo la parata militare? Ah beh, allora stiamo freschi…

Non possiamo permettere a questi mistificatori di azzerare tutto, di infangare il ricordo della Lotta Partigiana, di ignorarne la rilevanza.

Dirò di più: noi che crediamo in quei valori, non possiamo tollerare che il ricordo sbiadisca anche a causa di una sciatteria generalizzata, la nostra. Sarebbe ancor più grave.

E’ una Battaglia di Civiltà, forse più grande di noi, ma dobbiamo combatterla.

Spegniamo il televisore e il computer, togliamo le batterie ai nostri tablet e ai nostri smartphone.
Alziamo il culo dal divano, usciamo da casa, incontriamoci e confrontiamoci.

Frequentiamo i circoli ANPI, sosteniamoli, partecipiamo alle loro iniziative.

Andiamo nelle librerie, rechiamoci nelle biblioteche, recuperiamo i tanti, bei libri scritti sulla Resistenza. Quelli che raccontano le gesta di quei ragazzi (ragazzi normali, come noi) che hanno lottato perché animati dagli ideali di Libertà e Uguaglianza.

Impariamo a memoria le loro storie, condividiamole, teniamone vivo il ricordo.

Sì, usciamo da casa, andiamo a trovare i vecchi partigiani superstiti, facciamoci raccontare le loro gesta, rendiamole nostre. Proteggiamo e ricostruiamo questo grande Patrimonio collettivo, prima che sia spazzato via del tutto.

Non rendiamo vano, per ignavia e indifferenza, tutto quello che hanno fatto per noi.

Come ha detto Marino Severini dal palco di Praticello di Gattatico, provincia di Reggio Emilia, venerdì 25 aprile 2014: in questi anni ci siamo distratti un po’ troppo.

Ci siamo rilassati, abbiamo pensato che quelle conquiste fossero per sempre.

Invece no. Ora anche i diritti fondamentali, ottenuti grazie ad anni di lotte, sono messi in discussione.

Che amara scoperta: bisogna di nuovo rimboccarsi le maniche, e ricominciare da zero.

Questa la lezione imparata, in definitiva: niente è per sempre.

Alimentare la memoria, divulgare il nostro passato nel presente, rivendicare la nostra Identità: questi devono essere i primi passi. Non ho alcun dubbio su questo.

Perché la Verità torni al più presto dove le spetta: nell’Olimpo della Storia di questo maledetto, magnifico paese.

Ora e sempre Resistenza, ora e sempre 25 Aprile.

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Se c’è un posto dove torna un Re Bambino http://www.talkingeggs.it/se-ce-un-posto-dove-torna-un-re-bambino/ http://www.talkingeggs.it/se-ce-un-posto-dove-torna-un-re-bambino/#comments Tue, 07 Apr 2015 15:49:55 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=167 Pensare a una “prima” per un concerto dei Gang fa un po’ sorridere. Li abbiamo visti, senza esagerare, centinaia di volte: in 2, in 3, in 10, con chitarre, trombe, zampogne, fisarmoniche, violini, in posti minuscoli e in grandi palchi, ma sempre con la stessa carica da 30 anni a questa parte. Però da queste parti, … Continua la lettura di Se c’è un posto dove torna un Re Bambino

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Pensare a una “prima” per un concerto dei Gang fa un po’ sorridere. Li abbiamo visti, senza esagerare, centinaia di volte: in 2, in 3, in 10, con chitarre, trombe, zampogne, fisarmoniche, violini, in posti minuscoli e in grandi palchi, ma sempre con la stessa carica da 30 anni a questa parte. Però da queste parti, cioè a casa loro, c’è veramente un’aria diversa, e questa sera c’è l’elettricità che precede gli avvenimenti importanti.

La stessa atmosfera che c’era per il ventennale de Le Radici e le Ali a Filottrano, in quel caso per ricordare l’inizio dei dischi in italiano, questa volta per sentire per la prima volta dal vivo un nuovo capitolo di quella storia, anzi di quelle storie. A noi resta nel cuore anche un ritorno al passato in quel di Recanati, con le canzoni dei primi dischi in inglese (poi pubblicato nel live TRIBE’S RE-UNION), perché noi i Gang abbiamo cominciato a conoscerli da lì, per non lasciarli più fino ad oggi.
A organizzare tutto sempre loro, i Filottrano City Rockers, la meglio gioventù, permetteteci il complimento. L’appuntamento è al Palabaldinelli di Osimo, una struttura enorme, ma piena di gente anche se l’entrata è a pagamento (particolare non indifferente). Quindi tanta curiosità, nuove canzoni e nuova formazione.
Cambiata la sezione ritmica con Marzio Del Testa alla batteria (ha suonato in tutto il disco ) e Simone Luti al basso. Alle tastiere sempre Fabio Verdini e uomo in più Jacopo Ciani, violino, mandolino elettrico e chitarra aggiunta. Il palco ha un bel colpo d’occhio, con il logo di Sangue e Cenere, ispirato all’Angelus Novus di Klee che domina la scena prima dell’arrivo della band che inizia con la title-track. Se posso permettermi il paragone, anzi me lo permetto eccome, l’impatto è degno dei Bad Seeds più recenti. Le grandi band si vedono dal vivo, e considerando la ricchezza di musicisti e sfumature del disco poteva sembrare difficile riproporle su un palco senza perdere qualcosa, e invece i pezzi guadagnano in ferocia, sono diversi ma senza sembrare le copie ridotte delle incisioni.  Su tutte Alle Barricate, un pezzo da assalto con il coltello fra i denti, fra le nuove, e una versione memorabile di Paz, fra i classici.
In generale la ritmica sembra poter andare dove vuole, e il violino in più fa veramente la differenza.
Non concludiamo con il fatidico “bisognava esserci” perché chi non è riuscito avrà modo di vedere e rivedere su e giù per l’Italia la nuova avventura dei Gang, ma di una cosa siamo sicuri: di questo disco ce n’era bisogno, sia per loro che hanno ritrovato una voglia e un’energia nuova, sia per noi, che abbiamo nuove storie e canzoni da imparare.

Ma un consiglio lo vogliamo dare: andate a sentire i Gang nelle Marche, perché non è vero che non si è poeti in patria. Basta vedere ogni volta la mobilitazione, come tutti si stringano intorno ai fratelli maggiori, quanto credono in tutto questo.
Andate in qualsiasi manifestazione organizzata dai Filottrano City Rockers, non ve ne pentirete.

Perché se c’è un posto dove torna un Re Bambino, è proprio qui.

P. S. Marino… I Fought The Law!

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In missione per conto di DEE http://www.talkingeggs.it/in-missione-per-conto-di-dee/ http://www.talkingeggs.it/in-missione-per-conto-di-dee/#respond Wed, 28 May 2014 20:15:14 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=136 Sono stati ottantacinque minuti di saturo, selvaggio, elettrico assalto sonoro. Da lasciare senza fiato, letteralmente. In altre occasioni avremmo storto la bocca di fronte ad una durata così limitata, questo è sicuro. In questo caso, tuttavia, difficile pensare di poter resistere oltre.

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Fulminati sulla via di Mezzago.

eggfather&dee
David Eugene Edwards con il nostro fondatore EggFather

Lo scorso 24 maggio Talking Eggs al completo e, alla faccia della falsa modestia, in grande spolvero, ha mosso il suo trino culo e si è recato presso lo storico Bloom di Mezzago (MB), per partecipare alla Messa Sonica, nemmeno troppo laica, ivi celebrata dai Woven Hand.

L’ha fatto, a essere onesti, soprattutto per assistere alla manifestazione del Grande Sciamano from Englewood, Colorado. All’apparizione in carne, ossa, chitarra e cappello del Biondo Cavaliere dell’Apocalisse che risponde al nome di David Eugene Edwards.

Sì, questa volta ci siamo mossi tutti e tre, come in pellegrinaggio. In missione per conto di DEE. Perché quando si parla di Lui, i nostri pianeti si allineano.

Bisogna dire, col senno di poi, che ne è valsa davvero la pena. Perché noi l’altra sera abbiamo visto la luce. Sì, come novelli Jake & Elwood Blues, abbiamo visto la luce squarciare le tenebre che avvolgevano il locale, e da allora non siamo più gli stessi.

Una cosa adesso c’è ben chiara: mentre per chi scrive il concetto di Dio è solo un’illusione consolatoria a uso e consumo dei molti, troppi esseri umani bisognosi di conforto, David Eugene Edwards invece è pura, assoluta Verità.

Sono stati ottantacinque minuti di saturo, selvaggio, elettrico assalto sonoro. Da lasciare senza fiato, letteralmente. In altre occasioni avremmo storto la bocca di fronte ad una durata così limitata, questo è sicuro. In questo caso, tuttavia, difficile pensare di poter resistere oltre. E’ stato un live act stordente, di un’intensità da togliere il respiro. E infatti chi scrive l’ha vissuto in apnea, diviso tra stupore e puro godimento, tra emozione e procurata sordità, per fortuna temporanea.

Sono passate da pochi istanti le 23.30, quando ecco che le luci del Bloom si spengono, e la band (basso, batteria, chitarra elettrica più Edwards) sale sul palco. DEE saluta con fare furtivo il pubblico, imbraccia la chitarra elettrica e si lancia in una versione furiosa di Hiss, canzone contenuta in Refractory Obdurate, l’ultimo violento, poderoso, bellissimo album dei Woven Hand, uscito nel mese di maggio. Da quel momento in poi la sensazione provata sarà quella di lievitare, sollevati dal suolo, come a cavalcare l’onda di un mare agitato di feedback. Sarà così per tutta la durata del concerto. Alla fine, la band avrà eseguito nove canzoni dall’ultima opera, e cinque dal penultimo album in studio, The Laughing Stalk, pubblicato nel 2012. Unica concessione al glorioso passato dei 16 Horsepower, l’esecuzione di Horse Head Fiddle.

Nonostante la dolorosa assenza del sodale storico Pascal Humbert, la sezione ritmica è comunque devastante, martellante, tribale. Inutile negarlo, la nostra attenzione è però catturata solo da Lui, dal figlio del predicatore metodista, dal bambino cresciuto ascoltando gli interminabili sermoni recitati dai genitori e dai nonni. L’ossessione per il Divino e per le Sacre Scritture gli è rimasta, pure parecchio, ma se questi sono i risultati ben venga il suo dio, chiunque (o qualsiasi cosa) esso sia.

Cantante ammaliante dotato di voce ipnotica e potente, uomo dallo sguardo penetrante, inquietante, dalle movenze sciamaniche; chitarrista energico ma preciso, dotato di tecnica sopraffina: questo è oggi dal vivo il leader dei Woven Hand. Vi disturbano l’ossessione per il vecchio testamento, i ricorrenti riferimenti all’apocalisse, il ripetersi dei temi biblici nei testi? Pazienza, peggio per voi. Sarebbe come dire, che ne so, che i Ramones hanno suonato per vent’anni la stessa canzone. Meno male che l’hanno fatto.

Ora come ora, David Eugene Edwards è uno dei più grandi autori americani viventi, se non il più grande in assoluto. Questo però dalle nostre parti già si sapeva. Quello che io fino a sabato scorso non sapevo, mia colpa mia colpa mia grandissima colpa, era che è anche uno dei più grandi live performer in attività. Un carisma davvero unico: magnetico, coinvolgente, minaccioso, eppure seducente. A tratti, spesso a dire il vero, sembra di trovarsi di fronte ad uno sciamano in trance, posseduto dal Grande Spirito della Musica.

Gothic folk primordiale, Appalachi e Rocky Mountains, grandi spazi, cultura e suoni dei Nativi Americani, Obscure Country, energia punk, post punk, vecchio testamento, new wave & Joy Division, Jeffrey Lee Pierce e Gun Club, mandolini, bouzouki, chitarre anni ’80 alla Billy Duffy, immaginario alla Michael Gira e alla Nick Cave da giovane, rimandi a sonorità mediorientali ed est europee: tutto questo, oltre all’eredità dei 16 Horsepower, convive in incredibile armonia nei Woven Hand, andando a creare una miscela davvero particolare, sontuosa e inafferrabile.

Perché sì, è vero, nelle musiche dei WH si riescono a cogliere tutte le influenze sopra descritte, ma l’insieme finale risulta sfuggente e unico, come qualcosa di mai sentito prima. Quando pensi di averlo catturato, il suono dei Woven Hand, lui con un colpo di reni ti scappa sempre di mano.

Un sound diventato inconfondibile, un utilizzo della voce da incantatore: tutti elementi che sanno mandare l’ascoltatore in trance, grazie ad un mantra spesso penetrante, circolare, avvolgente. Travolgente, per i sensi.

Orsù, pentitevi infedeli.
Pentitevi, prima che per voi sia troppo tardi.
Pentitevi, e convertitevi al culto dell’immenso DEE. Aprite il vostro cuore alla Verità: una musica fatta di ossa, nervi, sangue, viscere, peccato e redenzione, buio e luce, vita morte e resurrezione, caduta e risalita. Come la vita stessa.
Perché se Dio è un’illusione, David Eugene Edwards è Verità e Vita fatte carne.

Amen.

“Dio è morto, Marx è morto … e anch’io oggi non mi sento molto bene!” (Woody Allen)

Scaletta concerto del 24/05/2014:
1. Hiss
2. Closer (vedi sotto)
3. Maize
4. Horse Head Fiddle (16 Horsepower cover)
5. Masonic Youth
6. King o king
7. El-bow
8. Corsicana Clip
9. The Refractory
10 .Long horn
11. Field of Hedon
12. Salome
13. Good Shepherd
encore
14. Obdurate Oscura
15. Glistening black

Consigliata la monografia su 16 Horsepower e WovenHand su Ondarock

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RUFUS WAINWRIGHT LIVE @ TEATRO DUSE, BOLOGNA – 8 APRILE 2014 http://www.talkingeggs.it/rufus-wainwright-live-teatro-duse-bologna-8-aprile-2014/ http://www.talkingeggs.it/rufus-wainwright-live-teatro-duse-bologna-8-aprile-2014/#respond Fri, 18 Apr 2014 22:44:58 +0000 http://www.talkingeggs.it/?p=93 Mentre attraverso il portone che mi conduce nell’atrio del Teatro, avverto quel tipico languore allo stomaco che mi prende ogni volta che sto per assistere a un concerto speciale. Non so come possa accadere, ma è sempre così. E’ un misto di emozione e premonizione, non saprei come definirlo altrimenti. Come a dire: stasera assisterai … Continua la lettura di RUFUS WAINWRIGHT LIVE @ TEATRO DUSE, BOLOGNA – 8 APRILE 2014

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Mentre attraverso il portone che mi conduce nell’atrio del Teatro, avverto quel tipico languore allo stomaco che mi prende ogni volta che sto per assistere a un concerto speciale. Non so come possa accadere, ma è sempre così. E’ un misto di emozione e premonizione, non saprei come definirlo altrimenti.
Come a dire: stasera assisterai a qualcosa d’importante. Condivido subito questo pensiero con mia moglie, che annuisce tra il serio e il faceto. Eppure, anche questa volta sarà così.
Farfalle nello stomaco, magia nell’aria e, alla fine, il cuore pieno di gratitudine per avere assistito a qualcosa di unico. Nel senso etimologico del termine.

Entriamo in platea con venti minuti buoni di anticipo, e ci sistemiamo in quarta fila, un po’ defilati verso sinistra, ma in ottima posizione. E’ un buon inizio.
Passiamo questo breve lasso di tempo chiacchierando amabilmente, e osservando la fauna presente al concerto. Siamo in tanti. Età compresa, direi, tra i venticinque e i sessanta. Anno più, anno meno. Fascia di pubblico piuttosto ampia, non male per un artista non più di primissimo pelo, ma ancora abbastanza giovane.

Prima dell’evento per il quale tutti siamo qui, veniamo intrattenuti per circa mezzora dalla sorellina minore, Lucy Wainwright Roche, la quale, armata di chitarra acustica, voce da usignolo e simpatia contagiosa, contribuisce a creare il giusto mood, rompendo il ghiaccio e scaldando l’atmosfera anche grazie a una serie di esilaranti siparietti con il pubblico, che partecipa divertito.
Al di là delle facili battute (…quanti cazzo sono ‘sti Wainwright?): brava e gradevole, la Signorina. Gran bella sorpresa, almeno per me.

Archiviata la pratica “opening act”, la tensione sale. Ora tutti attendiamo Lui.
Le luci del Teatro si spengono, la musica in sottofondo (Judy Garland dal vivo, chi sennò?) va in rapida dissolvenza.
La platea è in evidente fibrillazione, nell’aria si respira un’atmosfera di forte attesa, tipica delle grandi occasioni. C’è molta energia in giro tra le rosse poltrone del teatro.
Il momento infine giunge: intorno alle ventidue Rufus Wainwright sale sul palco dello stracolmo Teatro Duse di Bologna, e saluta i convenuti agitando la mano destra. Un rapido gesto che basta e avanza per mandare il pubblico in brodo di giuggiole.
Ancora non hai suonato una sola nota, e già sei sul due a zero per te. Bel colpo Rufus.
Poi il nostro uomo si siede al pianoforte a coda, avvolto in una (improbabile?) vestaglia rossa e nera, a tema floreale, lunga fino ai piedi. Si tratta di un dono ricevuto da Jean Paul Gaultier la sera prima a Londra, come tiene a informarci. Sticazzi, penso tra me e me.
Sarà però l’unico vezzo che si concederà oggi. La indosserà solo per i primi due pezzi, perché questa non sarà una serata da orpelli e arzigogoli.
Questa sera si fa sul serio: ci attende un affascinante viaggio nel cuore delle canzoni. Sola voce e piano, ogni tanto una chitarra acustica.

Rufus parla e racconta molto, di sé e delle sue opere, mostrando notevole giovialità.
Soprattutto, più di ogni altra cosa, suona e canta alla grande, come pochi sanno fare ai giorni nostri in ambito Pop. Uno sfacciato sfoggio di Genio musicale.
Breve inciso: di sicuro l’utilizzo del termine “Pop” può sembrare riduttivo e inappropriato per catalogare un personaggio multi-sfaccettato come il canadese, a volte addirittura un po’ sopra le righe, ma lo voglio utilizzare di proposito.
Lo voglio utilizzare perché è solo grazie ad artisti di questo spessore che questo termine può riacquistare dignità.
Il POP può essere un genere bellissimo, se a maneggiarlo ci si mette uno così.
Uno così, che si può permettere di reggere per due ore il palcoscenico supportato solo da un grande talento pianistico e da una voce potente e melodiosa, educata al Bel Canto.
Una bella voce, bisogna dire, che non accuserà il minimo calo, dall’inizio alla fine del concerto.

Le canzoni, spogliate all’osso da quegli arrangiamenti che su disco a volte sembrano un po’ ridondanti, hanno la possibilità di respirare libere, ed emergono in tutta la loro rimarchevole bellezza.
Come già detto, ne eseguirà alcune anche alla chitarra acustica, un paio delle quali in compagnia della sorella, ma l’incanto si paleserà quando Rufus siederà al piano.
Non mi va di entrare nel dettaglio della scaletta (tanti classici, comunque), ma una parolina sull’esecuzione di Poses la vorrei spendere: eseguita a occhi chiusi, sola voce e piano, mi ha travolto e portato sull’orlo delle lacrime. Non so perché sia successo, forse perché non me l’aspettavo e avevo le difese abbassate. Che emozione, però. Roba da sentirsi davvero vivi.
Una performance di raro spessore e intensità, che rafforza l’idea di trovarsi di fronte ad un talento vero, di quelli che non si incontrano spesso.
Certo, che R.W. sia fuori dal comune lo sappiamo, e non da oggi.

Un conto però è ascoltarne i dischi, leggerne e parlarne, tutt’altra cosa è trovarselo di fronte, in azione, a pochi metri di distanza. Stai osservando da vicino la cometa di Halley, e chissà quando ti ricapiterà un’occasione del genere.
Mi piace pensare, mi piace credere di avere a che fare con un artista ancora in potenziale crescita. Una crescita forse disordinata, giacché distratta da mille altre passioni, ma possibile.
Il sogno del sottoscritto, che a volte si fa dei pipponi mentali assurdi, sarebbe quello di rinchiuderlo dentro ad uno studio di registrazione, con strumentazione ridotta al minimo. Come compagno di viaggio, il solo Rick Rubin, con il quale confrontarsi senza filtri esterni.
Con l’iper-barbuto alla consolle, attento a contenere la debordante personalità del nostro, e sempre pronto a asciugare, e tagliare il superfluo (non della propria barba, eh, quella è sacra), credo che se ne sentirebbero delle belle.
Trovate che sia un’idea assurda? Vabbè, cosa pretendete? Ve l’ho già detto prima che mi faccio degli enormi pipponi mentali.
Per il momento, mi dovrò accontentare di questa serata, ed è un gran bell’accontentarsi.

Mentre l’ultima nota di piano riecheggia nell’aria, siamo già tutti in piedi a tributare all’Artista la dovuta ovazione. Rufus Wainwright ci saluta per l’ultima volta, e un gran sorriso incornicia il suo volto. Pochi secondi, e fugge via, verso il retropalco.
Le luci si accendono, e mentre Judy Garland riprende a cantare da un luogo indefinito oltre l’arcobaleno, noi ci incamminiamo sotto i portici, nell’umida notte di Bologna, con il cuore colmo di Bellezza e Meraviglia.
Ancora una volta.

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